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Wednesday, June 24, 2009

Under 21: Giovinco inventa, Marchisio copre

I due giocatori della Juventus sono tra i più positivi nella vittoria dell'Italia contro la Bielorussia. Bene anche Cigarini

ITALIA:
Consigli 6. Senza impegni, e non può nulla sul gol.
Motta 6,5. Ordinato, preciso.
Bocchetti 6. Un colpo di testa respinto sulla linea. Ma ha improvvisi vuoti.
Andreolli 6,5. Non chiude Kysliak che sale e rischia di buttare all'aria una bella partita e una buona Under.
Criscito 6. Spinge parecchio, ma ha amnesie dietro. Da troppo tempo. E si mangia un gol.
Marchisio 6,5. Recupera un infortunio antipatico e cresce nella qualità. Di sostanza.
Cigarini 6,5. Il centrocampo lo tiene autorevole, anche se ha problemi fisici. E' un leader nell'ombra, che non si vede ma si sente (36' st Morosini sv).
De Ceglie sv (13' pt Dessena 5,5. Corsa senza costrutto)
Abate 6. Corre, corre, corre sulla fascia (16' st Candreva 6,5. Meticoloso)
Acquafresca 6. Un rigore segnato, poi la rete della vittoria facile facile. Ma è di una stanchezza preoccupante.
Giovinco 7. Dinamico, inventa. Sbaglia un gol, prende una traversa.

(Repubblica.it)

Tuesday, June 23, 2009

1 luglio 2009: esce in libreria il libro Er go' de Turone

Ufficiale: Mellberg all'Olimpiacos

La Juve ha ceduto il difensore alla squadra greca per 2,5 milioni di euro

TORINO, 23 giugno - Ora è ufficiale: la Juventus ha ceduto Olof Mellberg all'Olympiacos. L'annuncio in un comunicato della società bianconera alla Borsa. La Juve incasserà dai greci per il difensore svedese 2,5 milioni di euro «in due rate annuali di pari entità». L'Olympiacos, inoltre, «verserà 0,5 milioni in più in caso di vittoria del campionato greco nel periodo in cui Mellberg vestirà la maglia del club».
(Tuttosport.com)

Monday, June 15, 2009

Calciopoli, la Corte dei Conti: "Lesa l'immagine dello sport"

ROMA - "Hanno leso l'immagine dello sport nel nostro Paese". Sono responsabili di questo e altro, per il viceprocuratore generale della Corte dei Conti, Ugo Montella, i 17 ex dirigenti, arbitri e assistenti e i due giornalisti imputati davanti alla sezione giurisdizionale per il Lazio della Corte per un danno complessivo all'erario di 121 milioni di euro dovuto a Calciopoli. Nel procedimento in corso a Roma, dopo la ricapitolazione dell'atto di accusa e delle memorie gia' presentate dalla difese davanti al collegio presieduto da Mario Ristuccia, Montella ha motivato la richiesta del risarcimento con due tipi di danno erariale: "All'immagine in relazione allo scandalo nel mondo del calcio Calciopoli" e danno da disservizio. Gli imputati sono tutti quelli di Calciopoli che avevano una funzione che poteva essere considerata pubblica (esclusi quindi i dirigenti di club), a parte alcuni come l'ex presidente della Figc, Franco Carraro, o l'assistente Ceniccola che sono stati solo indagati e la cui posizione era stata archiviata gia' piu' di due anni fa.

Gli imputati nel "procedimento di responsabilita'" in corso a Roma sono Fabrizio Babini, Paolo Bergamo, Massimo De Santis, Maria Grazia Fazi, Tullio Lanese, Gennaro Mazzei, Innocenzo Mazzini, Pierluigi Pairetto, Claudio Puglisi e i giornalisti Ignazio Scardina e Ciro Venerato per il primo procedimento e, per il secondo, Stefano Cassara', Marcello Ambrosino, Paolo Bertini, Antonio Dattilo, Marco Gabriele, Gianluca Paparesta, Tiziano Pieri, Salvatore Racalbuto e Stefano Titomanlio: i due procedimenti vengono trattati insieme e l'unica "convenuta" in giudizio e' la Federcalcio, assenti gli altri due enti che secondo Montella avrebbero subito il danno erariale, il ministero per le Politiche giovanili e le Attivita' sportive (che e' stato soppresso) e il Coni. "I comportamenti degli imputati- ha detto Montella nella sua requisitoria- sono stati lesivi dell'immagine dello sport nel nostro Paese, mortificando l'aspetto educativo che allo sport stesso e' riconosciuto dalla legge". Montella ha anche detto che "non ci interessa se questi stessi imputati saranno assolti in sede penale a Napoli", perche' il danno all'immagine ci sarebbe stato comunque. Il danno, ha precisato, e' di 120 milioni di euro per dirigenti e arbitri e un milione di euro per i giornalisti. "Avevamo un vanto internazionale- ha continuato il viceprocuratore- il nostro campionato, che era detto il piu' bello del mondo e il fatto che la palla fosse rotonda era comunque una certezza. I personaggi che sono imputati invece si sentivano con altri che non sono convenibili (imputabili davanti alla Corte dei Conti, ndr), gente come Moggi, Giraudo, Fabiani, allo scopo di fare in modo che la palla fosse un po' meno rotonda. Per lo scandalo Calciopoli io mi vergogno di essere italiano".

Montella ha puntato l'indice in modo particolare su Mazzini, Bergamo e Pairetto, mentre Lanese sarebbe meno responsabile e ancora meno lo sarebbero gli arbitri; per Gianluca Paparesta il viceprocuratore ha chiesto l'assoluzione, in quanto le famose schede sim estere erano in possesso di suo padre Romeo, motivo per il quale l'ex arbitro di Bari e' stato prosciolto in sede penale.

(Dire.it)

Friday, June 12, 2009

Intervista esclusiva a Platini: "Più controlli sui bilanci"

Michel Platini è nato a Joeuf in Francia il 21 giugno del 1955. E' stato un leader in campo e un personaggio mai banale fuori; insofferente e gigione con i giornalisti, brillante e istrionico nei rapporti con i colleghi.

La sua carriera da calciatore lo ha portato ad ottenere i massimi successi, sia con le maglie dei clubs con
i quali ha giocato (Nancy, St. Etienne, soprattutto Juventus, la squadra con la quale ha vinto tutto), sia con la Nazionale francese, da lui trascinata alla conquista del primo titolo continentale, nella manifestazione più dominata da un singolo che la storia del calcio ricordi.
Persona di spiccata intelligenza e indiscutibile carisma, comprese che ritirarsi ancora competitivo avrebbe lasciato un'immagine indelebile della sua grandezza.
Appena ritiratosi, pur non avendo mai avuto particolari velleità da allenatore, Platini rispose alla chiamata della Federazione francese per gestire il delicato momento dei "bleus" rimasti orfani del suo stesso ciclo vincente.
Ma il suo futuro era dietro una scrivania, e l'organizzazione del Mondiale francese del 1998 passò attraverso la sua supervisione.
Fu un grande successo, completato dal trionfo della Nazionale di casa, e Michel, in tribuna in abito elegante, ma con la maglia della nazionale al posto della camicia ("obbligando" politici e autorità a seguirne l'esempio,
presidente Chirac compreso), uscì da quell'esperienza da trionfatore. La brillante ascesa di Platini lo portò alla vicepresidenza della FIFA (dal 2002), mentre nel gennaio 2007 pose termine al "regno" dello svedese Lennart Johansson (che durava dal 1990), rilevandone la presidenza UEFA.
Platini, che da anni si batte per restituire al calcio europeo la prevalenza dell'aspetto sportivo su quello meramente commerciale, pur non sottovalutando gli aspetti riguardanti l'enorme business che vi gira attorno, è ora l'incubo di tanti presidenti. Quelli dai bilanci "allegri".
Il momento del calcio europeo, con un impoverimento generale (escludendo qualche eccezione, seppur eclatante) e interi sistemi a rischio fallimento, necessita di un cambio di rotta immediato.
In esclusiva per Ju29ro.com, Michel Platini ci spiega come la UEFA guiderà il cambiamento.



- Buongiorno Presidente. Innanzitutto La ringraziamo per aver accettato di rispondere alle domande che la nostra Redazione Le ha posto su un argomento di estrema attualità, come il fair play finanziario e i bilanci delle società di calcio europee. In particolare si sente parlare spesso dell’elevato indebitamento complessivo della Premier League mentre, a nostro avviso, la situazione di squilibrio finanziario nei conti del calcio è di ordine globale e riguarda principalmente le società che fanno capo a proprietari facoltosi che hanno facilmente accesso al credito bancario; Qual è al riguardo la valutazione dell'Uefa?
La situazione di “squilibrio finanziario” è tipica di tutto il sistema calcio e sarebbe riduttivo ricondurla a singoli club o paesi. Si tratta di un problema europeo, che colpisce tutti i paesi, dalle grandi alle piccole nazioni calcistiche e che quindi richiede una soluzione a livello europeo. Le cause di questa situazione sono da ricercare negli obiettivi perseguiti dalle società di calcio e nella struttura delle competizioni a tutti i livelli. A differenza delle imprese “normali” la ricerca del successo sportivo è l’obiettivo principale di una società di calcio, non il profitto. Il successo sportivo genera sovente un ritorno economico importante che spinge le società di calcio a preferire la spesa nel breve termine a scapito di un investimento di lungo periodo. L’UEFA ritiene pertanto necessaria una riforma globale che dovrà correggere comportamenti orientati al breve periodo fornendo incentivi per ridurre i costi, in particolare quelli legati agli stipendi e ai trasferimenti dei giocatori.

- A fronte dell’indebitamento riteniamo necessario differenziare quello contratto a fronte di investimenti duraturi, come lo stadio, da quello utilizzato per finanziare la gestione corrente e la corsa verso ingaggi sempre più elevati e rose di giocatori sempre più "esagerate". Nella giusta battaglia che l'Uefa porta avanti si potrà tener conto di questa sostanziale differenza?
Certamente si terrà conto di questa sostanziale differenza. Il debito per se non è negativo. E` necessario però che il livello d’indebitamento sia “sostenibile” nel medio/lungo termine. Sostenibile, non in funzione della capacità finanziaria di facoltosi proprietari ma della capacità del club di generare reddito. La riforma fornirà inoltre incentivi volti ad aumentare gli investimenti nelle infrastrutture e nei settori giovanili.

- I bilanci delle società italiane in particolare sono poco trasparenti e spesso artificiosamente sostenuti perché, in molti casi, si fa ricorso a società controllate e/o collegate unicamente per far emergere utili fittizi come quelli rivenienti, ad esempio, dalle finte compravendita dei marchi. Bisognerà ricorrere a nuovi accorgimenti e nuovi controlli, per esempio sul Bilancio Consolidato; l'Uefa li ha già studiati e li metterà subito in atto?
L’UEFA ha previsto l’applicazione delle nuove norme a livello di bilancio consolidato. In futuro saranno previsti maggiori controlli volti ad aumentare la trasparenza. Si tratta di una questione complessa che deriva in molti casi dalla complessità delle strutture societarie e dei sistemi giuridici nei 53 paesi membri dell’UEFA.

- Abbiamo letto della costituzione da parte dell'Uefa di un Comitato (Panel) di Controllo Finanziario per Club che valuterà la concessione delle licenze per le competizioni internazionali. Questo controllo sarà operativo già da questa estate in vista della Champions 2009-10? La stampa ha riportato la notizia secondo la quale il Comitato valuterà se i rispettivi organismi nazionali (in Italia la Covisoc) hanno operato adeguatamente nella concessione delle licenze Uefa. Nel caso di controlli nazionali indeguati, cosa succederà? Si darà modo ad una società non in regola di adeguarsi gradualmente oppure può succedere che un Club possa essere ammesso alle competizioni nazionali e non alle competizioni Uefa?
Al Panel di Controllo Finanziario per Club spetterà il difficile compito di monitorare l’applicazione delle norme delle licenze da parte degli organismi nazionali e il rispetto dei criteri finanziari da parte dei club. Il Panel, che sarà operativo già nel corso della stagione 2009/10, disporrà di ampi poteri di controllo e potrà deferire l’associazione nazionale e/o i club alla commissione disciplinare. I controlli riguarderanno solo ed esclusivamente i club qualificati per le competizioni Europee. In caso di inadempienze è possibile che un club non sia ammesso alle competizioni dell’UEFA.

- Oltre ad un maggior rigore nei controlli sui bilanci, l'Uefa sta ricercando consenso su altre misure di fair play finanziario, prima tra tutte il vincolo nel rapporto tra spese e fatturato. Ha la sensazione che sia un obiettivo raggiungibile? Non c'è il pericolo che le grandi società europee si orientino per un loro campionato, una specie di Eurolega?
Riteniamo che il vincolo tra spese e fatturato sia un obiettivo raggiungibile. Non sarà semplice ma riteniamo sia necessario. Ci vorrà del tempo. I club dovranno imparare a competere con i “propri mezzi”. Dovranno ridurre le spese e aumentare le entrate. In molti paesi il sistema dovrà essere profondamente riorganizzato, e si dovrà agire in fretta altrimenti si rischia il collasso. Su questo tema delicato siamo in costante contatto con i presidenti dei club che ci sostengono in questa iniziativa perché hanno capito che le nuove regole che stiamo studiando non sono contro di loro, ma, al contrario, sono in loro favore. Le nuove regole dovranno infatti permettere di raggiungere un equilibrio finanziario di medio/lungo termine proteggendo i club dalla continua ed inesorabile lievitazione dei costi che sta portando molte società sull’orlo del fallimento. Siamo convinti che la riforma del sistema fornirà ai club nuove opportunità di sviluppo. Coloro che agiranno in fretta e sapranno sfruttare le nuove opportunità saranno avvantaggiati. Molti presidenti lo hanno capito e hanno già cominciato a guardare al bilancio con maggiore rigore che in passato e ad implementare politiche mirate per accrescere il valore del proprio club nel medio/lungo termine.

- Dei bilanci “gonfiati” si è parlato apertamente in Italia (e noi di www.ju29ro.com l'abbiamo documentato) di illeciti tollerati, cioè di operazioni tecnicamente non regolari in termini di normativa sportiva ma “tollerate” dall'autorità di vigilanza nazionale. A Suo avviso, c'è oggi una sensibilità diversa rispetto al passato nelle istituzioni, nell'opinione pubblica, negli sportivi stessi che renda possibile l'obiettivo di bilanci sostenibili e quindi la somministrazione di adeguate sanzioni per chi si rende responsabile di quelle operazioni sportivamente illecite?
L’UEFA ritiene vi sia maggiore sensibilità in materia di rigore economico/finanziario. L’attuale crisi finanziaria ha evidenziato la vulnerabilità del sistema. Le società cominciano a capire che i ricavi non potranno crescere per sempre e le istituzioni sono preoccupate e richiedono maggiori controlli. Per esempio in Gran Bretagna una commissione parlamentare formata da rappresentanti di tutti i partiti ha richiesto una profonda riforma del sistema calcio. Anche altri paesi si stanno muovendo nella stessa direzione. E` un passo difficile ma fondamentale. Chi non sarà in grado di mantenere una politica sostenibile o si renderà responsabile di illeciti sportivi sarà sanzionato o privato di incentivi che verranno invece ridistribuiti tra coloro che hanno rispettato le regole ed adottato misure di fair play finanziario.

- Le società di calcio in Europa devono sottostare a regimi fiscali differenziati e vigenti nella nazione di appartenenza. Alcune di queste beneficiano di aliquote più basse con la conseguenza di una maggiore competitività nell’ambito del calciomercato. L’Uefa ha considerato questo problema e ha in programma di presentare proposte in sede Europea per eliminare questa importante anomalia che penalizza, ad esempio, le squadre italiane rispetto a quelle spagnole?
L’UEFA ha considerato la problematica dell’armonizzazione fiscale e auspica che i governi dei vari paesi dell’UE possano affrontare questa situazione che è molto complessa. Comprendiamo bene che dal punto di vista italiano la situazione possa apparire sfavorevole se paragonata ad altre realtà Europee. L’Italia però non è il solo paese in Europa con una pressione fiscale elevata; altri paesi affrontano il medesimo problema. Si tenga poi conto che più di venti federazioni dell’UEFA non fanno parte dell’UE e pertanto un’armonizzazione a livello UEFA sarebbe ancora più difficile. Non è poi l’unica anomalia. Per esempio importanti differenze tra i vari paesi esistono in materia di strutture societarie, modelli di ownership, regole sulla proprietà degli stadi oppure ancora in materia di ridistribuzione degli introiti televisivi. I club, a livello nazionale ed internazionale, non sono uguali e l’UEFA non può armonizzare i vari regimi fiscali e commerciali. Fair play finanziario non significa uguaglianza finanziaria ma capacità di competere con il proprio reddito tramite una politica finanziaria sostenibile nel medio/lungo termine.


L'intervista si conclude qui. Abbiamo voluto focalizzare la nostra attenzione sull'argomento bilanci e allo stesso tempo cogliere l'occasione per schierarci ufficialmente, come WWW.JU29RO.COM, al fianco del Presidente Platini e dei suoi progetti di riforma per un calcio finanziariamente sostenibile. A Michel vanno dunque i nostri più affettuosi saluti e il nostro caloroso incoraggiamento per la difficile battaglia che ha deciso di sostenere.

(JU29RO.COM)

Thursday, June 11, 2009

La memoria di Gianfelice Facchetti

«Cannavaro insiste in maniera patetica sulla storia dei 29 scudetti, in barba alla giustizia sportiva. Lo fa senza ritegno, senza che nessuno dei vertici federali gli faccia presente quel che è stato e che il ruolo che oggi riveste comporta responsabilità». È l'incipit del corsivo che Gianfelice Facchetti, figlio dell'indimenticabile Giacinto, ha scritto per il «Corriere della Sera» del 9 giugno 2009. Un'opinione forte: discutibile ma rispettabile. Ciò doverosamente premesso, lo stralcio e l'articolo suggeriscono qualche riflessione.
Per la cronaca, Fabio Cannavaro ha sempre sentito suoi quegli scudetti anche prima di lasciare la Juventus, non soltanto adesso che vi è tornato: atteggiamento che, se effettivamente inedito, avrebbe suffragato la «ruffianeria» citata dall'autore.
Sempre per la cronaca, anche Zlatan Ibrahimovic (due titoli) e Patrick Vieira (un titolo) rivendicano gli scudetti di Calciopoli, eppure di loro, nell'articolo, non c'è traccia. Una dimenticanza che contribuisce a rafforzare un concetto caro a Gianfelice (e al sottoscritto), «L'Italia è un Paese con la memoria corta». Verissimo. Soprattutto quando ci fa comodo.
Insomma: mi sarebbe piaciuto leggere un cazziatone a Cannavaro e, nello stesso tempo, almeno una tiratina d'orecchie agli interisti Ibra e Vieira. Così come spero di leggere un giorno o l'altro un articolo di Gianfelice contro Giuseppe Gazzoni Frascara, l'ex patron del Bologna che continua ad accusare il padre di aver fornito alla Reggina l'«agenzia sbagliata» per iscriversi al campionato. Non ho fretta: aspetto.
(LaStampa.it - ROBERTO BECCANTINI)

Wednesday, June 10, 2009

El Mundo Deportivo: Ibra al Barcellona!

(ElMundoDeportivo)

Giudice Di Pace Assolve Moggi., Niente illecito sportivo (Tuttosport)

ROMA, 10 giugno - Un rivolo di Calciopoli, lontanissimo dai riflettori del tribunale di Napoli. Eppure davanti al Giudice di Pace di Lecce, avvocato Cosimo Ro­chira, c’era un pezzetto non indifferente della storia pro­cessuale che ha sconvolto il calcio nel 2006: undici abbo­nati del Lecce chiedevano 165,78 euro di danni a Mog­gi e De Santis per le dome­niche trascorse al Via del Mare a guardare due gare molto presenti nei faldoni napoletani, Lecce-Fiorentina e Lecce-Juventus e sanzio­nate dal giudizio sportivo. Chiamata in giudizio con i due presunti cupolari, la Ju­ventus. Ecco che il 14 maggio (proprio l’anniversario di Pe­rugia- Juventus?) il giudice di pace leccese ha respinto la ri­chiesta formulata il 30 otto­bre 2006. Interessante la motivazione resa pubblica in queste ore con la quale Ro­chira spiega la sua decisione, che è - in assoluto - la prima sentenza di un tribunale del­lo Stato sulle vicende di Cal­ciopoli intese come illeciti sportivi. Il giudice Rochira non ritiene che il comportamento pro­cessuale della Juventus «che non si presentava a rendere interrogatorio formale, non può far ritenere come am­messi i fatti dedotti, poiché i fatti di cui al procedimento sono riferibili ad altra gestio­ne ». Insomma: che la nuova Juve non abbia partecipato al processo di Lecce non è stato ritenuto rilevante. Il problema per chi accusava Moggi e De Santis è che «non è stato in alcun modo prova­to il fatto descritto», ovvero niente combine tra Moggi e De Santis, niente cupola per due dei cupolari di spicco del processo di Napoli (anche se De Santis per un vizio di for­ma dovrà attendere una nuova udienza preliminare). Eppoi «il Giudicante non ri­tiene inoltre pienamente uti­lizzabili le sentenze rese da­gli organi di giustizia sporti­va essendo quest’ultimo giu­dizio strutturalmente diver­so rispetto al giudizio ordina­rio. Né si ritiene - ecco il bello - che le intercettazioni telefo­niche richiamate nel corso del giudizio (ma non ce ne so­no proprio per Lecce-Juven­tus, mentre per Lecce-Fio­rentina favorirebbero la Fio­rentina e non la Juve, ndr) possano avere valenza pro­batoria, non essendo utiliz­zabili in un procedimento di­verso da quello nel quale es­se sono disposte». Traduzio­ne: niente prova di un patto Moggi-De Santis, considera­to il braccio armato dell’ex dg dai pm di Napoli; inutilizza­bilità delle intercettazioni in altri procedimenti che non sia quello penale di Napoli. Ma questa era stata una del­le eccezioni principali respin­te senza tema da Caf, Corte Federale, Arbitrato Coni e perfino Tar. «Il processo spor­tivo s’è basato tutto su inter­cettazioni inutilizzabili in al­tri procedimenti se non in quello di Napoli»,- dice l’av­vocato Silvia Morescanti, le­gale dell’ex arbitro. Ecco poi Paco D’Onofrio, del collegio legale di Moggi: «E’ la prima sentenza che esclude un pat­to illecito tra Moggi e De Santis: non c’è la prova og­gettiva ed effettiva di quel­l’illecito consumato che ha portato alle condanne sporti­ve pesanti per i tesserati e la Juventus: cade anche il pre­supposto dell’utilizzabilità delle uniche prove su cui si sono basati i giudici per mandare quasi in C la Juve!»

ARBITRATO CONI - Intan­to il 16 giugno Alessandro Moggi, Franco Zavaglia e Pasquale Gallo discuteran­no il loro arbitrato di fronte al Tribunale dell’arbitrato Coni contro le pesanti squa­lifiche comminate dalla Figc.

Fonte: Tuttosport.com

Risposta rancorosa ad un opinionista del Corriere

Il Corriere della Sera di oggi, in un angolo di pag. 57, riporta "l'opinione" di Gianfelice Facchetti riguardo la recente intervista di Fabio Cannavaro, con la quale il capitano della nazionale rivendicava i due scudetti vinti sul campo con la Juve e finiti dentro calciopoli (uno revocato e l'altro assegnato all'Inter dal commissario Guido Rossi, neanche a farlo apposta ex-consigliere proprio dell'Inter). Il tono è quello di una reprimenda, e il moralismo vi fa da sottofondo; non si può non ripensare all'estate 2006, quando contro Fabio Cannavaro era intervenuto proprio il commissario Rossi, anche lui chiamando in causa etica e moralismo (i suoi, evidentemente).

Premesso che non si capisce bene (o si capisce benissimo, lasciamo la scelta ai nostri lettori) come mai il Corriere, su vicende legate a calciopoli, ospiti l'opinione di un personaggio che con calciopoli non dovrebbe azzeccarci per niente, ricordato che Cannavaro aveva detto che gli scudetti si vincono sul campo e lui era contento di averli vinti, ci preme sottolineare il passaggio in cui l'opinionista in questione sostiene che Cannavaro fa leva "su rabbia e malcontento di alcuni rancorosi".

Ci preme sottolinearlo, perché noi siamo tra quelli che ritengono che calciopoli sia stata artatamente usata per rubare due scudetti alla Juve e regalarne uno illecitamente alll'Inter, siamo non arrabbiati e malcontenti, ma incazzati neri, siamo decisi a batterci per riavere indietro la refurtiva e abbiamo documentato come e perché la parola fine sulla vicenda dell'estate 2006 sia ancora da scrivere. Non abbiamo niente da spartire con Cannavaro, ma ci sentiamo ugualmente parte in causa nell'opinione che abbiamo richiamato.

L'opinionista per caso sostiene che parlare ancora dei 29 scudetti vuol dire farlo "in barba alla giustizia sportiva"; l'abbiamo scritto, dimostrato e lo ribadiamo: affermare che, in base al Codice di Giustizia Sportiva, le sentenze di calciopoli siano irrevocabili è una spudorata menzogna; possono sostenerlo soltanto persone ignoranti o, peggio, in malafede o prezzolate. Basta vedere il caso Guardiola.

Si parlerà di quei 29 scudetti fino a quando il processo in corso a Napoli non avrà esaurito tutti i gradi di giudizio; a quel punto (la sentenza Guardiola è stata revocata a distanza di otto anni dalla chiusura del procedimento sportivo) ci sarà chi tirerà le somme (l'ha affermato anche l'Amministratore Delegato della Juve, Blanc) e potrebbe anche esserci qualcuno che dovrà farlo sotto ingiunzione di qualche rancoroso; dipenderà dal processo, non certo dalle opinioni ospitate dal Corriere della Sera.

E' tanto importante il processo di Napoli, che il nostro sito ha già pubblicato una decina di articoli, e altri ne scriverà, contrariamente al Corsera, che gli dedica poco spazio e attenzione e, quando lo fa, pecca di imperizia (sempre in buonafede, si capisce).

Da Napoli sono già venute fuori cose interessanti e, in particolare, vorremmo suggerire all'opinionista del Corsera di ascoltare l'interrogatorio dell'ex-arbitro Nucini, nei passaggi in cui, rispondendo agli avvocati della difesa, deve ammettere che, ancora in attività, frequentava un tesserato e che, anzi, faceva un certo lavoro per lui; alla domenica assegnava i calci di rigore, durante la settimana preparava un dossier e si consultava col suo vecchio e caro amico dirigente.

Il Corriere della Sera si è come dimenticato di scriverlo, ma si tratta di qualcosa di molto grave, espressamente vietato dal Codice di Giustizia Sportiva; qualcosa che dovrebbe far pensare che di possibili "cupole" tra dirigenti e arbitri ci fosse non solo quella indagata dalla Procura di Napoli ma anche altre, un'altra almeno; qualcosa che, in ogni caso, dovrebbe far vergognare tanti personaggi che parlano ancora oggi di calcio pulito, mentre tutto sta ad indicare che dovrebbero avere, loro per primi, la coscienza sporca.

Prima di rivolgersi a Cannavaro per dirgli, come fa l'opinionista ospitato oggi, di "mettere da parte la ruffianeria", sarà il caso che chi cura le pagine del Corriere e chi viene ospitato badi, se ne è capace, intanto alla propria coscienza; noi, nonostante il rancore, auguriamo loro di esserne capaci.
(JU29RO.COM)

Tuesday, June 09, 2009

PARTITE TRUCCATE, MOGGI LA SPUNTA AL TRIBUNALE DI LECCE

Ormai ai corridoi dei tribunali c'è abituato quasi come a quelli degli spogliatoi degli stadi. Non che fosse una causa in grado di metterlo in ginocchio, che in ginocchio l'ex ferroviere approdato alle alte sfere del calcio, quello di chi tiene in mano i fili del gioco, sembra non finirci mai veramente, per ora, anche se la questione "calciopoli" è un libro tutto da scrivere. Certo è che per adesso le prime sentenze non l'hanno abbattuto del tutto, e così ha sempre trovato un modo per riciclarsi, "Lucky Luciano". Un libro, delle collaborazioni, dichiarazioni sulla stampa. Esce di scena da una parte, rientra dall'altra, magari in sordina, rispetto al passato, ma per lui, bene o male, c'è sempre uno spazio in cui infilarsi. L'ultima vicenda, quella di Lecce, che LeccePrima vi racconta in anteprima assoluta, non entrerà nella storia, ma val la pena di essere raccontata. Una causa civile davanti al giudice di pace, più simbolica che altro, perché la cifra richiesta da alcuni tifosi salentini (undici in tutto, e sembra quasi un'allegoria, questa coincidenza con il numero di calciatori in campo di una singola squadra), infuriati per alcune presunte combine, era a titolo di risarcimento, per un totale di qualche migliaio di euro. E dal tribunale civile di Lecce, giudice Cosimo Rochira, arriva ora la sentenza, datata 14 maggio e depositata nei giorni scorsi: la domanda è infondata, non viene accolta. Uno smacco per chi l'aveva promossa.

Al di là della modica cifra richiesta, 167 euro e 78 centesimi per ognuno dei tifosi (i promotori della causa erano rappresentati dagli avvocati Nicola Saracino, Domenico Romito e Maurizio Sapio), rimasti offesi nell'onore in quanto ritenevano di essere stati buggerati, avendo assistito, a loro dire, ad un paio di gare truccate al "Via del Mare" (Lecce-Juventus del 14 novembre 2004 e Lecce-Parma del 29 maggio 2005, ed in questo secondo caso entra in gioco l'ex arbitro Massimo De Santis), la questione avrebbe avuto un significato di qualche rilievo se Moggi avesse perso, più che altro perché si sarebbe creato un precedente a lui sfavorevole, un tassello tra i tanti da essere preso in esame eventualmente in processi di altra levatura, in cui la sua posizione è ancora in bilico. E invece, da Lecce arriva un triplice fischio che mette l'ex direttore generale della Juventus al riparo da quest'ulteriore problema. Ad essere chiamati a rispondere di quei fatti erano stati, oltre a Moggi, difeso dagli avvocati Alessandro Riscossa, Massimo Bellardi, Lorenzo Valente Renda e Alessandro Valente Renda, ovviamente, anche la Juventus Fc, rappresentata dai legali Luca Sambati, Michele Ferroglio e Romano Valentini, ed il già citato ex fischietto Massimo De Santis, difeso da Silvia Morescanti e Francesco Giordani.

LA STORIA

Il 30 ottobre del 2005 gli undici tifosi che avevano in precedenza assistito alle gare con Juventus e Parma, sulla scorta della bufera "calciopoli", decisero di trascinare la Juve, Moggi e De Santis in tribunale per farsi risarcire moralmente, e non solo. Cifra simbolica, si diceva, ma più che altro, agli occhi del cronista, la questione si presentava interessante per gli eventuali, successivi effetti a catena che si sarebbero potuti generare. A supporto delle tesi, quegli ambigui colloqui telefonici fra De Santis e Moggi, intercettati e diventati oggetto d'inchiesta in sede sportiva, con tanto di ormai note sentenze della Caf e della Corte federale che chiudevano nello smacco e nel fango la storia degli ultimi anni di alcuni tra i più affermati club sulla scena internazionale. Tutte questioni finite sulle pagine dei grandi giornali, che vi hanno speso chili d'inchiostro. Alla causa promossa dai tifosi leccesi, la Juventus si oppose sollevando eccezione d'incompetenza territoriale, Moggi rispose che per lui la questione non esisteva proprio, e anche De Santis chiese il rigetto della domanda. La macchina processuale partì comunque, anche perché il giudice si dichiarò competente a vagliare la causa, tecnicamente sulla scorta di sentenze della Cassazione in materia di diritti di obbligazione, anche di origine extracontrattuale. Memorabile l'apparizione in udienza di Luciano Moggi, a Lecce, verso la fine di ottobre dello scorso anno: attorniato dalla gente che lo vide arrivare, scattò con molti anche foto ricordo. Ognuno vive la tensione di una causa a modo suo.

Per farla breve, si arriva ai giorni nostri: è del 17 aprile scorso la deposizione delle memorie conclusive. E ora, ecco il verdetto: niente da fare, la domanda è infondata. Il giudice, nei motivi della decisione, ricorda come Moggi e De Santis non abbiano fornito confessione, durante le udienze, in merito ai fatti contestati, mentre se dalla Juventus non è venuto alcun dirigente a deporre, è perché oggetto del contendere riguardava la precedente gestione sociale. E in buona sostanza, i promotori della causa non avrebbero provato in alcun modo, a loro volta, "il fatto storico". Pesano, però, forse, soprattutto alcuni fatti: il giudice non ha ritenuto utilizzabili del tutto né le sentenze degli organi di giustizia sportiva, dato che si tratta di procedimenti sostanzialmente diversi, per struttura, dal giudizio ordinario, né le intercettazioni telefoniche.

Quest'ultime non avrebbero valenza probatoria, in un processo diverso da quello per cui sono state disposte. Tanto più che proprio le intercettazioni non sarebbero riferibili alla gara Lecce-Juventus, ovvero una delle due prese in esame. In parole povere: non è stato possibile accertare un nesso di casualità fra il presunto illecito ed il danno che gli undici tifosi avrebbero subito. L'unica nota più o meno lieta per chi ha promosso il procedimento: "Le spese di lite – scrive il giudice -, per motivi di equità, sono compensate tra le parti, stante la particolarità e novità della fattispecie". Insomma, almeno su questo fronte, è spuntato il segno "X".

(Lecceprima.it - Emilio Faivre)

Paco D'Onofrio: Finalmente VERITA'.

Vittoria al Tribunale di Lecce: nessuna combine tra Moggi e De Santis. Ora nasconderanno anche questa notizia?

Monday, June 08, 2009

Cannavaro: "Mercenario? Ma se ho ridotto il mio ingaggio"

«Quando arrivai alla Juve presi il 28 e vincemmo il 28° scudetto. Ora potrei scegliere il 30...»

FIRENZE. S’arrabbia, Fabio Cannavaro, quando lo chiamano mercenario, e ultimamente glielo hanno gridato spesso dentro l’Olimpico, sua prossima casa: dice che non è vero («prendo molto meno di prima»), che vuole ancora lottare per la Juve («ha lo stesso fascino del Real») e che vorrebbe indietro gli scudetti confiscati («ne abbiamo vinti 29, sul campo»). Però lascia libertà di voto («ognuno è libero di fischiarmi»), ma è convinto di riprendersi i suoi tifosi («quando sono andato via il loro affetto era importante») alla sua maniera: tappando tutti i buchi davanti a Buffon.


Fabio Cannavaro, torna in Italia lei e se ne vanno Kakà e Ibrahimovic: mica un affare per lo spettacolo.
«Io sono più simpatico (sorride, ndr). Ma ormai il calcio europeo è questo e in fondo anche tanti giocatori italiani se ne sono andati all’estero. Il fatto è che bisogna investire nuovamente nei giovani e sulle strutture».

Un consiglio a Kakà.
«Va in una società importante, in una città fantastica. Dovrà lavorare sodo, perché il paragone con il Barcellona è sempre lì, ogni giorno».

Ha fatto la scelta giusta?
«Beh, va al Real. Un club che ha fascino, ha storia, e una struttura che guarda avanti. E quando entri al Bernabeu, l’emozione si sente».

Si sarebbe emozionato anche tornando al Napoli, ma De Laurentiis l’ha bocciata.
«Sono il capitano della Nazionale e giocavo nel Real Madrid: le sue parole si commentano da sole. Tutti hanno sempre saputo che, da napoletano, mi avrebbe fatto piacere: mi spiace per tutte le persone che mi avrebbero voluto vedere con la maglia del Napoli. Lo chiederanno al presidente».

Che fascino ha la Juve?
«Lo stesso del Real Madrid. Come il Liverpool, il Manchester United, il Barcellona, il Milan: sono questi i club che hanno fascino. E poi in Italia è la squadra che ha vinto più scudetti di tutti, 29».

La giustizia sportiva ha ritoccato gli almanacchi: sarebbero 27.
«Ho detto 29, non perché non accetti la giustizia sportiva, che ha fatto il suo corso e le sue scelte, ma perché io e i miei compagni abbiamo gioito per quelle vittorie, sul campo».

Per questo sulla maglia vorrebbe il numero 29?
«Veramente non ci ho pensato, ma potrei prendere il 30. Quando arrivai avevo il 28, e vincemmo il ventottesimo scudetto».

Potete soffiarlo all’Inter?
«Resta la squadra che ha l’organico più ampio, e di altissimo livello. Certo, senza Ibra è un’altra storia. Speriamo lo vendano», e sorride.

Intanto la Juve ha preso Diego: che ne pensa?
«Mi ha impressionato molto, per le giocate e la qualità. E’ un brasiliano che ha preso la cultura tedesca del lavoro».

Ritrova Ferrara, ma come allenatore.
«Mi fa piacere, perché in un mese gli è cambiata la vita. Ha un ruolo importante, ma ha l’esperienza e la qualità per fare bene».

Pure lei sta pensando al futuro, le hanno proposto un domani da dirigente.
«Ne abbiamo parlato, ma mi vedo ancora giocatore e quando la mattina mi alzo, il primo pensiero è ancora quello di non fare tardi all’allenamento».

L’hanno fischiata e la fischieranno: parola alla difesa.
«Il fatto è che si guarda sempre a quando uno se n’è andato e non alle cose importanti che ha fatto. Ma io rispetto tutti e se uno viene allo stadio e non gli piace ciò che vede, è giusto che fischi».

Le hanno appiccicato l’etichetta di mercenario.
«Quando me lo dicono mi arrabbio. Me ne andai, ma nel 2006 la Juve ne aveva bisogno. E ora rientro con qualche anno in più, ma guadagnando molto meno di prima. Mercenario?».
(LaStampa.it)

Monday, June 01, 2009

Ciao, grande Pavel!






Juventus - Lazio 2 - 0 - PAVEL NEDVED, ESEMPIO PER LA JUVE CHE VERRA’

La Juventus è seconda assoluta in classifica, obiettivo minimo stagionale, raggiunto con un certo affanno, o meglio in extremis, dopo un mese disastroso nel quale si era dilapidato il dilapidabile, perdendo molta credibilità conquistata in precedenza.
Risultato raggiunto grazie a due prestazioni non dico eccellenti ma quantomeno da Juve, agonisticamente valide, tatticamente ordinate, calcio semplice ma cose fatte bene, velocità e verticalizzazione, pressing a tutto campo sul portatore di palla.
Cose insomma non certo dell’altro mondo, che però sono spesso mancate ai bianconeri nei momenti fondamentali della stagione, e soprattutto nel finale di campionato, prima della svolta con l’avvento di Ferrara in panchina.
Cose che però fanno aumentare l’amarezza per una stagione che, rivista a mente serena, poteva darci molto di più, e come minimo, anche la possibilità di lottare per lo scudetto fino alla fine.
Pensateci un po’: sarebbe bastato non sprecare quei punti fondamentali contro formazioni certamente abbordabili come Chievo, Lecce, Reggina e Atalanta, quattro gare che ci sono costate sei – otto punti, per non tornare indietro ancora, a gare non meno inquietanti come la sconfitta interna con il Cagliari o quella ad Udine, e se da un lato lo scontro diretto contro i nerazzurri poteva essere giocato con ben altre condizioni mentali, dall’altro visto l’evidente calo dell’Inter, la pressione verso questi sarebbe stata ancora maggiore.
Ma è andata così, ormai è inutile rivangare ciò che non è stato ma che poteva essere, semmai c’è solo da augurarsi che tutti facciano tesoro di questi errori e limiti che hanno impedito alla Juventus di essere nuovamente vincente.
La partita?
Poco da dire, classico incontro di fine stagione tra due squadre che ormai avevano raggiunto i loro traguardi, la Juventus già certa della qualificazione diretta in CL, aspirare al limite al secondo posto assoluto, la Lazio già in UEFA per la Coppa Italia conquistata, per chiudere in bellezza la stagione: gara dunque senza tante pretese, per certi aspetti divertente, e comoda vittoria dei bianconeri, modo migliore per salutare Pavel Nedved, ma di questo parlerò in seguito.

Naturalmente, trattandosi di classica gara di fine stagione, stavolta non mi dedicherò agli aspetti positivi e negativi della partita.

Sul podio

Iaquinta
Nella giornata di addio del grande Pavel, lui è stato il grande mattatore, grazie alla splendida doppietta che corona un girone di ritorno suo personale decisamente fantastico. Un modo come dire che la nuova Juventus parte da alcune certezze, una di queste è proprio questo attaccante, spesso sottovalutato, dimenticandosi che è campione del mondo in carica, che uno come Lippi lo schierava quando altri avrebbero preferito che non andasse neppure in Nazionale.

Marchisio
Un assist al bacio per Iaquinta in occasione del primo gol, ed una prestazione di grande quantità e qualità. Nel futuro centrocampo bianconero, un posto da titolare è senza dubbio suo.

Del Piero
Se avesse segnato con quella splendida rovesciata a fine primo tempo, forse sarebbe venuto giù lo stadio. Certo è che, via Ranieri, è tornato il giocatore di sempre, anche altruista quando è stato necessario, e sempre presente nel vivo dell’azione.

Non posso non spendere anche parole di elogio per Ciro Ferrara
Missione compiuta, due vittorie su due, cinque reti fatte, molte altre sfiorate, zero reti subite, secondo posto in classifica recuperato in extremis. Squadra che finalmente gioca quasi sempre con palla a terra e che verticalizza la manovra molto di più, che sfrutta il lavoro sulle fasce, e che fa pressing alto, insomma come ai tempi di Lippi.
Non sappiamo se rimarrà lui alla guida della squadra, certo è che ha messo in seria difficoltà la dirigenza, dato che, oltre ai candidati alla successione di Ranieri, che probabilmente erano stati individuati, adesso si è aggiunto pure lui, uno che ha anche l’affetto del pubblico. Come Antonio Conte del resto.

Tirando le somme

E’ stata la festa dunque dell’addio di Pavel Nedved, alla Juventus ma anche al calcio giocato.
Di questo si tratta, dato che le dichiarazioni post partita del giocatore, suppongo abbiano chiuso delle possibili polemiche che al contrario potevano scaturire dalle dichiarazioni rese dal suo procuratore Mino Raiola, che invece facevano trasparire l’ipotesi che fosse, quello di Nedved, un addio alla Juventus ma non al calcio giocato, e dunque una reazione quasi polemica verso scelte societarie a danno del giocatore.
Del resto non avrebbe avuto senso un addio alla Juve ma non al calcio, a 37 anni non è che ci siano tante possibilità di prestigio al di fuori dei colori bianconeri, ed anzi, come più volte manifestato da dirigenti e giocatori suoi compagni, una altra stagione del biondo in bianconero sarebbe stata ipotesi più che concreta.
Quindi si tratta di un capitolo che si chiude della storia bianconera, quella di un grande campione che ha fatto anche le fortune della squadra in questi anni, che spesso ne ha impersonificato lo spirito combattivo, la volontà di non arrendersi mai, di vincere sempre, di non risparmiare una goccia di sudore per quella maglia che si indossa.
Nedved è stato il giocatore artefice del rush finale che ci portò alla gioia del 5 maggio, poi il protagonista assoluto della stagione successiva, nella quale gli mancò la soddisfazione più grande, essere in campo a Manchester per la finale di CL, unico cruccio della sua splendida carriera; è stato pallone d’oro, a coronamento di un periodo fantastico, è stato determinante nei due campionato di Capello, stravinti sul campo, come pure è stato straordinario come uomo e come atleta ad accettare il declassamento in B, campionato nel quale ha ugualmente reso onore alla maglia, non sottovalutando mai gli avversari; infine le ultime due stagioni in bianconero, nelle quali, dato sempre in fase calante, spesso è stato l’uomo in più della squadra.
La Juventus dunque per la prossima stagione dovrà ripartire anche dal suo addio, e dunque da come lo rimpiazzerà, compito che non sarà certo agevole.
Il discorso ci porta anche ad una visione più generale di cosa dovrà essere la Juventus del futuro.
Sull’assetto societario che va opportunamente adeguato e migliorato si è scritto più volte, e si ribadisce che è l’aspetto fondamentale per una squadra vincente.
C’è immediato il problema della scelta tecnica, chi dovrà guidare la squadra per la prossima stagione, e più a medio termine, per i prossimi due – tre anni almeno.
Non credo sia problema di nomi, ma soprattutto di idee e di progetti ambiziosi ma percorribili: come scritto la settimana scorsa, è anche finito un assetto societario, e una concezione di guida tecnica della squadra.
In altri termini, Ranieri era un elemento, come dire, complementare ad un assetto societario ed a un progetto tecnico che non ha dato i suoi frutti, per cui il prossimo allenatore dovrà essere parte di un nuovo assetto societario e di un nuovo progetto che tenga conto dei limiti e degli errori passati.
E non si tratta solo di questione di nomi, ma di idee chiare sul cosa farsi.
Può anche stare bene la scommessa Ferrara, può anche stare bene la chiamata di uno juventino verace come Antonio Conte, dico di più, può anche stare bene il nome di Laurent Blanc, tecnico che ha avuto il merito di avere rotto il dominio del Lione in Francia, dopo sette anni, riportando il Bordeaux al titolo (e a ben vedere verrebbe nel caso, dalla stessa squadra che a suo tempo ci diede Zidane).
Ma io sarei molto più rassicurato da un assetto societario solido, efficiente, autorevole, condizione necessaria per avere finalmente la Juventus che vogliamo noi tifosi.
Solo così il nuovo allenatore, chiunque sia, potrà con calma e con lucidità costruire una Juventus del futuro che sia vincente e a lungo.

Postilla di fine campionato.

- Calciopulitopoli!

Una delle maggiori imposture che ci venne propinata nella famigerata estate 2006, era che esisteva nel calcio italiano una “cupola” molto ramificata, che consentiva alla Juventus e a Moggi di gestire a proprio piacimento le sorti del calcio nazionale, decidere chi doveva vincere, chi doveva fare carriera, chi doveva perdere e chi doveva essere emarginato.
Conseguentemente ripulire il calcio italiano da questa “cupola” avrebbe finalmente consentito a tutti di poter meglio competere, e quindi maggiore equilibrio dato che le interferenze sarebbero finalmente cessate.
Tralascio di commentare che, mentre ai tempi della cosiddetta cupola, nessuna squadra vinse lo scudetto più di due anni di fila, con intervalli nei quali si inserirono anche le squadre romane, adesso il campionato lo vince una sola squadra, a conferma che è invece stato pilotato un campionato in modo che una sola potesse vincerlo, con le buone o con le cattive; quello che però mi preme evidenziare sono dei corollari che stanno naufragando, con riferimento alla teoria della “cupola” guidata da Moggi.
Carraro prosciolto definitivamente, dunque né chi guidava la FEDERCALCIO, né chi guidava la Lega Professionisti (Galliani), era colluso o complice della “cupola”; parecchi arbitri, compreso il mitico Paparesta, prosciolti nel tempo, altri rimasti regolarmente ad arbitrare, Kollina designatore unico nonostante le sue notorie cene segrete con Galliani: come dire, la famigerata “cupola”, alla luce dei proscioglimenti vari, si è ridotta ad essere la “cupola” di una sola persona, che avrebbe avuto come unico esecutore quel Massimo De Santis, arbitro con cui la Juventus ha la media punti più bassa di quel periodo.
Ma le cose più interessanti arrivano da Napoli.
Si scopre che il grande accusatore Dal Cin, interrogato per ore, dichiara che non aveva prova alcuna delle sue accuse, ma che parlava per “sensazioni”; l’altro grande accusatore Danilo Nucini, quello che sosteneva che le carriere arbitrali venissero pilotate da Moggi, non ha confermato la storiella delle SIM svizzere, ma quello che non ha potuto evitare di ammettere è che, in violazione ai regolamenti federali, SI FREQUENTAVA ABITUALMENTE CON UN DIRIGENTE DI SOCIETA’ DI CALCIO, OSSIA QUEL GIACINTO FACCHETTI CHE E’ STATO IMPOSTO DA GUIDO ROSSI COME ESEMPIO DI LEALTA’ SPORTIVA, AL PUNTO DA INTITOLARE IL CAMPIONATO PRIMAVERA ALLA SUA MEMORIA!
Nessuno o quasi pubblica notizie sugli andamenti del processo, a conferma che i nostri media non vogliono far sapere la verità, ma semplicemente imporre la LORO verità.
Né ci sono segni di risveglio all’Ufficio Indagini della Federazione, alla luce delle novità che emergono dalle deposizioni, nel processo di Napoli.
Stefano Palazzi, sei ancora in letargo o vuoi una volta per tutte aprire gli occhi e anche qualche fascicolo di indagine su questa onesta società a strisce neroazzurre che ha sede in via Durini a Milano?
(JUWORLD.NET - Antonio La Rosa)

Siena - Juventus 0 - 3 - SARA’ LA FINE DEL "BADOGLISMO"?

Quale è la vera Juve? Quella che a Siena fa un solo boccone di una squadra data in ottima salute, con una striscia positiva abbastanza importante, o quella che domenica scorsa ha rischiato la goleada interna contro l’Atalanta, squadra non molto diversa come qualità dai toscani? La striscia negativa dei bianconeri era dipendente dalla titubanza di Ranieri o da una sorta di fronda interna dello spogliatoio o parte di esso? Ferrara ha fatto dunque un miracolo nel raddrizzare le sorti di una squadra che sembrava allo sbando ed ora invece si ritrova già sicura almeno del terzo posto, o ha invece soltanto gestito in modo diligente le potenzialità del gruppo? Del Piero come mai è risorto solo adesso, dopo un paio di mesi di latitanza, al punto da vedersi anche in pressing sul portatore di palla avversario? Camoranesi si è finalmente ricordato solo a fine stagione che l’esterno di centrocampo deve anche garantire un minimo di copertura?
Come vedete, ho iniziato il commento alla gara ponendo una serie di interrogativi che in molti penso si saranno posti durante e a fine gara: troppo brutta la Juve vistasi da aprile fino a domenica scorsa, per diventare improvvisamente rullo compressore e macchina schiacciasassi.
Evidentemente nello spogliatoio si era manifestata una profonda inclinazione dei rapporti tra allenatore e giocatori, tutti o parte, per cui appena quel malessere, che in campo si manifestava in prestazioni incolore o a dir poco orrende, è stato rimosso con una scelta sulla quale si può discutere a lungo, la squadra è nuovamente tornata ad un rendimento quasi ottimale.
Rendimento che comunque conferma le recriminazioni più volte fatte, ossia che questa Juve era da scudetto, nonostante assenze ed infortuni, e dunque il non averlo conquistato va a demerito di tutti, a cominciare dalla dirigenza, a finire all’ultimo dei magazzinieri.
Vediamo invece il lato positivo delle cose, il traguardo minimo stagionale, conquista del posto in CL senza passare dai preliminari, è stato conquistato con una giornata di anticipo, proprio quando sembrava stesse per sfuggire, quasi come se, d’incanto, rimosse le “negatività” interne, tutto si è messo in discesa, compresi i risultati concomitanti dagli altri campi.

Aspetti positivi.

Si è rivista la Juventus, tutto qui. Squadra corta e rocciosa, molto pressing alto, ripartenze veloci e rapidi cambi di campo.
Cose che non si vedevano da tempo ormai.

Aspetti negativi.

Gara troppo ben gestita per emergere elementi negativi. A volerli trovare, qualche ingenuità difensiva iniziale poteva costarci cara, ma una volta tanto si è trattato di dettagli.

Sul podio

Del Piero
Ci voleva la cacciata di Ranieri per vedere nuovamente Del Piero? Se è così saremmo di fronte ad un campione che sul piano umano però ha qualche limite caratteriale, dato che un vero capitano deve sempre dare l’esempio di dedizione ed impegno massimo per la maglia. Io spero di no, ma è certo che una sua prestazione del genere, con due gol ed un assist, oltre a qualche altra marcatura fallita ed un impegno costante per tutta la gara, compreso l’inedito ruolo di “incontrista” in fase di ripiego, non la si vedeva da qualche mese.

Camoranesi
Vale lo stesso discorso fatto per Del Piero: non solo è stato più concreto in avanti, ma si è pure sacrificato molto in copertura difensiva, da tempo non lo si vedeva anche arretrare a protezione dell’area di rigore.

Marchisio
Il suo gol è davvero da incorniciare, dalla preparazione e passaggio a Del Piero, al suo tempestivo incrociare ed inserirsi nello spazio giusto per ricevere smarcato il passaggio di ritorno. Insomma è decisamente avviato ad essere una colonna della futura Juve.

Infine credo che vada fatto un elogio a Ciro Ferrara.
Si dice che Napoleone Bonaparte nello scegliere i suoi generali, li voleva fortunati più che bravi, ed effettivamente Ferrara al suo esordio ha dimostrato di avere un buon affiatamento con la fortuna che quest’anno spessa è stata lontana dai colori bianconeri, per situazioni più o meno casuali.
Pensate un po’: il suo esordio non solo ha coinciso con il ritorno alla vittoria senza subire reti (cosa che non accadeva da tempo), ma ha coinciso con l’imprevista sconfitta del Milan in casa con la Roma, e il pareggio esterno della Fiorentina a Lecce, ossia due risultati insperati che di fatto consegnano ai bianconeri l’accesso alla CL senza rischio preliminari, e probabilmente il secondo posto in classifica, tutte cose che domenica scorsa erano sembrati svanire di colpo. Sul piano tattico naturalmente non è che abbia fatto grandi movimenti, ma quello che di diverso si è visto è stato il piglio messo dalla squadra in campo, ossia quella cattiveria e determinazione che non si vedeva da mesi.
Insomma si è rivista nuovamente la Juve.

Tirando le somme

Partiamo stavolta dall’antefatto, ossia dall’esonero di Ranieri.
Scelta di diceva discutibile, in un senso o nell’altro, dato che non appartiene alla storia bianconera l’esonero di un tecnico, semmai a fine anno si sono tirate le somme, anche nelle stagioni peggiori, per citarne alcune, la seconda di Marchesi, la stagione di Maifredi, ed anche l’ultimo anno del Trap.
E scelta che a mio modo di vedere non qualifica la dirigenza, dato che si è sempre detto che Ranieri era parte fondamentale del progetto societario, e dunque fallendo Ranieri, fallisce pure il progetto societario.
Come pure non mette in buona luce lo stesso spogliatoio, dato che mi pare sospetto che alcuni nostri campioni abbiano riscoperto come si gioca solo al momento dell’esonero del tecnico.
Qualcuno (superficialmente o anche in malafede) potrebbe pensare che questo sia un ragionamento a difesa di Ranieri, ma non è così.
O addirittura a difesa della dirigenza, mentre è l’esatto contrario.
Io ritengo che l’esonero di un allenatore è sempre conseguenza di errori di valutazione della società, e dunque il cambio in panchina non deve fare dimenticare che la scorsa estate dirigenti e tecnico pubblicamente formavano un gruppo apparentemente monolitico.
E dico pure che se uno spogliatoio si ribella all’allenatore, comunque la si voglia vedere, è prova di debolezza societaria, da un lato perché non copre le spalle all’allenatore e non ricorda a tutti che ognuno deve stare al suo posto, ma dall’altro perché non affronta immediatamente i dissapori interni, cercando di sanarli prima che degenerino: insomma, può anche darsi che sia il gruppo dei giocatori ad avere ragione, ma non può avvenire un avvicendamento solo a due gare dal termine e in un momento in cui le sorti della stagione sembravano gravemente compromesse.
Di conseguenza, qualunque giudizio si voglia dare sulle vicende di questa settimana, è evidente che su una cosa non possiamo non essere tutti d’accordo: E’ FINITA UNA CERTA IMPOSTAZIONE DELLA GESTIONE SOCIETARIA.
Direi di più, con riferimento proprio ad un modo di dire coniato anni addietro proprio da chi vi scrive: E’ FINITO IL PERIODO BADOGLIANO, ADESSO OCCORRE PASSARE ALLA GESTIONE SOCIETARIA VERA.
Diamo tutte le attenuanti che si vogliano all’attuale dirigenza, ossia l’avere iniziato un discorso in un momento difficile della Juventus, l’essere stati un po’ tutti coinvolti in questa gestione praticamente da esordienti nel mondo del calcio, l’avere creduto che fosse sufficiente, in questo difficile mondo del calcio, entusiasmo e sguardi sorridenti per conquistare simpatia ed ottenere risultati.
Ma adesso il tempo del cosiddetto “rodaggio” è finito, i limiti di una impostazione societaria approssimativa si sono evidenziati tutti, dunque occorre quantomeno eliminare i difetti, migliorare l’assetto societario, evitare che errori passati siano nuovamente commessi.
Come dire, occorre ripristinare la figura del Direttore Generale, che abbia competenze ed esperienze in questo mondo calcistico; occorre assestare meglio il C.d’A., con nuovi inserimenti e migliore organizzazione interna, e soprattutto occorre che le decisioni siano prese sempre tempestivamente e che ciascuno abbia il proprio settore di competenza.
Fatto questo, il resto è consequenziale, ivi compresa la scelta del nuovo allenatore.
Ormai si da come altamente probabile l’arrivo di Antonio Conte, che in questo momento ritengo la soluzione migliore, essendo un profondo conoscitore del mondo juventino, per la lunga militanza (dodici anni in campo), per essere stato alle dipendenze di allenatori come Trapattoni, Lippi, Ancelotti e, in Nazionale, Zoff, perché bene o male ha maturato un minimo di esperienza in panchina, culminata con la trionfale promozione in A del Bari.
Cose che lo fanno preferire a Ferrara più che altro in quanto quest’ultimo è decisamente un esordiente in senso assoluto, sta operando bene nel settore giovanile, ha anche l’altro compito di assistente di Lippi in Nazionale.
Ma non è questo il punto, il prossimo allenatore, chiunque sia, deve avere alle spalle una società solida, autorevole e dunque credibile, altrimenti chiunque sia, rischierà di diventare il capro espiatorio di debolezze altrui.
E’ questa la lezione che questo campionato ormai alla fine, ci ha dato.
(JUWORLD.NET - Antonio La Rosa)

Friday, May 29, 2009

Juve, porte aperte a Nedved

Oggi l'incontro tra società e procuratore


Abituato a porre condizioni, se non minacciare divorzi, stavolta Mino Raiola dovrà accettarne, se vorrà regalare l’ultimo anno juventino a Pavel Nedved, il suo cliente. L’asso ceco, che aveva annunciato l’addio al pallone dopo la gara d’andata con il Chelsea, potrebbe infatti meditare l’ennesimo ripensamento: il club tuttavia non farà follie, o sforzi diplomatici per trattenerlo, come s’è visto nelle ultime stagioni, con rialzi di qualche migliaio di euro o cene fino a mezzanotte. Se Pavel vuol rimanere ancora un anno, la Juve è felice, ma il contratto sarà tendente al minino - cioè dimenticarsi i due milioni di euro richiesti - con l’ipotesi di guadagno molto legata ai premi, per risultati o rendimento. Raiola, il procuratore di Nedved, ne dovrebbe già discutere oggi con il ds Alessio Secco: si vedrà.

Un altro dei cinque samurai in bilico, ma per ben diverse ragioni, è David Trezeguet, ufficialmente in vetrina, a sentire Giovanni Cobolli Gigli, ieri a Milano per la Lega: «Trezeguet è un grande campione - ha spiegato il presidente bianconero - e vedremo se si presentano occasioni di mercato interessanti per lui e favorevoli per noi». Concorda, nella sostanza, Antonio Caliendo, che insieme al padre di Trezeguet, Jorge, cura gli interessi dell’attaccante: «Non ho l’ufficialità della volontà di cedere David - ha detto il procuratore - ma ascoltando le parole di Cobolli Gigli non posso fare a meno di registrarle. Certo, di fronte a un’offerta vantaggiosa che eventualmente venisse formulata alla società dovrebbe aggiungersi anche la possibilità di offrire al giocatore un ingaggio vantaggioso: non bisogna infatti dimenticare che David ha un contratto in bianconero ancora di due anni». L’ostacolo, al solito, sono i soldi, perché Trezegol ha uno stipendio sostanzioso (oltre i quattro milioni) che pochi in Europa possono permettersi, soprattutto per uno reduce da una stagione praticamente passata a sedere a causa dell’operazione alle ginocchia e, poi, alla rottura con il tecnico. Il primo bivio arriverà già la prossima settimana: «Ci sarà un incontro tra la Juve e noi, e solo dopo comunicheremo la nostra decisione. E non c’è solo il Marsiglia di Deschamps, che lo conosce molto bene». Di certo, David è molto scontento della stagione: «Lui è sempre un campione del mondo, un campione europeo - ha aggiunto Caliendo - ha vinto tanti scudetti e si è aggiudicato la classifica cannonieri anche in Italia. Certamente non è felice della panchina. Diventare una riserva o addirittura una terza scelta mi sembra irriverente per un giocatore come lui».

Per comporre la squadra, invece, la Juve sta cercando un terzino sinistro, visto che Molinaro potrebbe restare fuori per circa quattro mesi. Qualche pensiero si può fare per Fabio Grosso, 31 anni, che però ha due anni di contratto a Lione (e servono 5-6 milioni per liberarlo) e per Andrea Dossena, 27, deludente a Liverpool, che lo prese per 10 milioni; ma i bianconeri continuano a sondare il mercato in cerca di giocatori in scadenza di contratto.
(LaStampa.it)

Le 39 vittime dell’Heysel nel cuore della Juventus

Passano gli anni e il 29 maggio continua a restare una data indelebile per tutti gli juventini. La sera del 29 maggio 1985, 39 persone (36 delle quali erano tifosi juventini) persero la vita allo stadio di Bruxelles, teatro della finale di Coppa dei Campioni. La Società ricorda la tragedia: «Dobbiamo avere memoria per costruire il futuro».

Trentanove vittime che vengono ricordate da tutti gli juventini e da tutti gli sportivi. «Nessuno può e deve dimenticare – ha dichiarato il presidente Giovanni Cobolli Gigli, interpretando il pensiero della Società e di tutti i tifosi – e in queste ricorrenze ci sentiamo vicini alle famiglie che hanno perso i loro cari in quella tragica sera. Anche nel loro nome, cerchiamo di interpretare il calcio in modo sereno, educando i giovani al rispetto dei valori sportivi e del fair play. In questi anni si sono fatti molti passi avanti, ma dobbiamo fare ancora molta strada per sconfiggere definitivamente la violenza».

Il rispetto dei valori sportivi è anche alla base dell'impegno del Comitato “Per non dimenticare Heysel” che sabato 23, a Reggio Emilia, ha ricordato le vittime in una commemorazione che si è tenuta di fronte al monumento dello scultore fiammingo Gido Vanlessen, l’unico in Italia contro la violenza negli stadi.

Per conoscere e ricordare: www.saladellamemoriaheysel.it

(Juventus.com)

Il mio nome è Bond, Danilo Bond

nucini
Qualche mese fa ti chiedevo un po' scherzando un po' sul serio come mai non riuscivamo ad avere un arbitro amico,
tanto da sentirci almeno una volta protetti, e tu, con uno sguardo fra il dolce e il severo, mi rispondesti che questa cosa
non potevo chiedertela, non ne eri capace.

Fantastico.
Non ne era capace la tua grande dignità, non ne era capace la tua naturale onestà,
la sportività intatta dal primo giorno che entrasti nell'Inter
Strofa di una nota hit dell’estate 2006



Danilo Nucini, ex fischietto bergamasco attivo in serie A e B dalla seconda metà degli anni ’90 alla stagione 2004-05, si è presentato in aula, l’altro ieri (26 maggio), per raccontare l'ostracismo a lui riservato dall'intero mondo arbitrale, tanto da privarlo dalla possibilità di fare carriera ad alti livelli. Si è ripetutamente definito uno spirito libero, un uomo senza padroni, ma la storia che ha raccontato ha molte falle, e nel raccontarla è incorso in numerose imprecisioni e contraddizioni, reagendo con spocchia e nervosismo a chi glielo faceva notare.
Molta specie ha fatto il racconto della sua assidua frequentazione, mentre era un arbitro in attività, con un massimo dirigente dell’Inter, il compianto Giacinto Facchetti, che ha descritto come un punto di riferimento costante a cui si rivolgeva per trarre conforto dai suoi problemi di carriera.
Senza contare le numerose inesattezze e bizzarrie che costellano la storia degli incontri con Fabiani e Moggi e la faccenda della SIM italiana con relativa omessa denuncia. Ma andiamo per ordine.

L'OSTRACISMO DEL MONDO ARBITRALE

Nucini accusa la Commissione Arbitrale Nazionale di aver sempre gestito con logiche clientelari le carriere, senza criteri meritocratici, ripetutamente dichiarandosi vittima del sistema.
Significativa però l’ammissione di aver avuto problemi con tutti i commissari che si sono succeduti alla guida della CAN, nessuno escluso, da Casarin, a Baldas/Mattei, a Pairetto e Bergamo. Nucini racconta candidamente di aver litigato con tutti. Inoltre, ammette di non aver mai legato nemmeno con i colleghi, di essersi sempre tenuto isolato dagli altri. A suo dire, il problema non era lui, ma di certo chiunque avesse attorno non andava bene. Insomma, il classico piantagrane. Tranne il primo anno, con la CAN commissariata, momento di emergenza che portò alla cooptazione di molti arbitri dalle serie inferiori, permettendogli di accedere al livello più alto, arbitrare in serie A e B, traguardo che in caso contrario difficilmente avrebbe potuto raggiungere.
Per cercare di dare sostanza alle sue accuse contro il mondo arbitrale, cita la vecchia storia del giornalista Di Tommaso di Tuttosport, che nella famigerata stagione 1997-98, secondo un’inchiesta dalla concorrente (!) Gazzetta, venne accusato di aver tenuto rapporti inopportuni con alcuni arbitri, i quali però, una volta sottoposti a procedimento disciplinare, vennero scagionati. Non sarà questa l’unica volta in cui Nucini userà argomentazioni legate non tanto a fatti, ma a campagne di stampa e a opinioni vicine alle ragioni dell’Inter (l'affare Di Tommaso scoppiò in corrispondenza delle polemiche sul famigerato rigore di Ronaldo e conseguenti piagnistei).

JUVENTUS BOLOGNA 1-0 del 14/01/01

Nucini racconta di essere stato ostracizzato dai designatori Bergamo e Pairetto dopo aver concesso un rigore contro la Juve, nel match interno contro il Bologna del 14 gennaio 2001. Attribuisce a quell'episodio una sospensione di 40 giorni che subì. Poi però ammette di aver anche risposto male a Pairetto il quale, al successivo raduno settimanale a Coverciano, gli aveva fatto notare l’errore. Ma il rigore c’era? Prima Nucini parla di un'intervista nella quale, secondo un racconto telefonico della moglie immediatamente successivo alla partita, Iuliano, l'autore del fallo, gli avrebbe dato ragione; poi è costretto ad ammettere di aver subito unanimi critiche da tutti gli organi di stampa, e non solo per il rigore; un arbitraggio disastroso, a parere di tutti.
Invito il lettore a leggere
L'articolo del Corriere su quella partita, eloquente fin dal sottotitolo: “L'arbitro Nucini il peggiore in campo”. Ma leggetelo tutto, ne vale la pena. I cronisti Padovan e Franchetti dedicano due terzi dello spazio che hanno a disposizione al commento degli errori dell’arbitro, cosa più unica che rara, tale da oscurare la prestazione dei giocatori. Per altro, la sua direzione viene definita sfacciatamente pro-Juve fino a pochi minuti dalla fine (ha la nomea di arbitro casalingo), allorché Nucini assegna un rigore molto dubbio al Bologna, sotto per 1-0 (rigore poi sbagliato da Cruz).
Siamo sicuri che i designatori lo criticarono solo per quel rigore? Addirittura, Nucini racconta di aver fatto resistenza all’invito di Bergamo a chiedere scusa a Pairetto per la reazione a Coverciano. Dunque, Nucini arbitrava male e rispondeva male ai rilievi dei designatori. Di più: lamenta la mancata solidarietà dei colleghi, a suo avviso troppo competitivi con le nuove leve.
Gli si chiede se dopo la partita i dirigenti bianconeri andarono a protestare, ma la risposta è no. Per dare una parvenza di sostanza alle sue “sensazioni”, si attacca a un gadget post-partita, di quelli che i club ospitanti danno sempre agli arbitri e che, nel caso della Juve, era costituito da uno zainetto contenente una maglia e la videocassetta del match: in quel caso, Nucini vi trovò una casacca bianconera con un quadrato nero invece del nome del giocatore. In pratica, descrive l'episodio come si trattasse una ritorsione da thriller, manca solo il sangue.
Dunque, da quella gara, da quel rigore contro la Juve, a suo dire l’avrebbero ostracizzato. Peggio: dall’anno successivo gli avrebbero fatto arbitrare solo partite di serie B. Vero? No, falso. Basta controllare: Verona - Fiorentina 25° giornata 3 marzo 2002 e Lecce - Parma 18° giornata 14 gennaio 2002 (e altre 3 nel 2002-03). In realtà Nucini arbitrò partite di serie A fino all’ultimo anno di carriera, il 2004-05, quando ad esempio diresse un contestatissimo Fiorentina –Messina.
Insomma, su questo Nucini mente.
Non solo, sempre nel 2000-01, dopo quel Juve-Bologna diresse altre 4 gare di serie A, di cui una della Juve stessa (Juve-Reggina, vittoria della Juve) e, quando gli avvocati difensori glielo fanno notare, si rifugia nell'evocazione di una fantomatica strategia dei designatori per dismetterlo senza destare sospetti. Delirante.
Ma quale fu la prima partita di A che diresse dopo quel Juve-Bologna?

INTER – UDINESE 2-1 del 25/02/01

Questo è il vero momento chiave, molto più del rigore dato contro la Juve. Infatti, in seguito a una mancata ammonizione all’interista Di Biagio, Nucini viene redarguito negli spogliatoi dal commissario arbitrale, e poi telefonicamente da Bergamo. Come negli altri casi, l’arbitro non accetta la critica, ribatte a muso duro al commissario, e Facchetti, che assiste alla scena, il giorno dopo lo chiama.
Un dirigente interista che telefona a un arbitro, per altro dopo un errore arbitrale in suo favore. Gli avvocati vanno a nozze: “E’ normale questo? Era consentito dal regolamento?” No, ammette, ma Bergamo è una città piccola e la conoscenza con Facchetti risaliva già al '98, no, al '99, no, al '97. Ci si incontrava, si beveva un caffè (come Baldini e Auricchio a Roma?). Gli chiedono perché non ha segnalato all’Ufficio Indagini la telefonata del dirigente interista, tanto più che in precedenza Nucini aveva detto di aver segnalato ai designatori la presenza di Moggi negli spogliatoio dopo un Napoli-Ancona arbitrato da lui (che lo aveva semplicemente, e cortesemente, salutato, ammette), senza che la sua “denuncia” avesse seguito; “eh, ma per la telefonata dipende dal contenuto”; “eh, ma Moggi a Napoli non doveva starci”. Gli si fa notare che all’inizio si era lamentato del comportamento di arbitri accusati (poi assolti) di aver frequentato un giornalista, che dunque predica bene e razzola male. E’ costretto a convenire.
Poi il dossier. Nucini parla di un
dossier, compilato da lui, sugli errori arbitrali pro-Juve (diretti e indiretti), relativo alla stagione del 5 maggio, il 2001-2002, e su come i designatori, a suo avviso, li valutassero in ottica filo-juve. L'idea sarebbe nata dall’indignazione per un rigore concesso da Bolognino in un Juve-Chievo del 15 settembre 2001. Il documento viene acquisito agli atti. Nel dossier c'è un Parma-Juve, perché a dire di Nucini ci fu un rigore non concesso ai padroni di casa da Racalbuto; il difensore dell'arbitro gli fa notare che quella partita fu vinta dal Parma e che anche la Juve reclamò per la mancata espulsione di Almeyda. Risposta. "Io scrivevo quello che interessava a me". Il legale di Racalbuto va oltre: "Sa qual è la sospensione più lunga comminata a un arbitro? 8 mesi, che vennero inflitti a Racalbuto per un rigore dubbio concesso alla Juve contro la Roma". Nucini abbozza.
Gli si chiede se con Facchetti si cominciarono a vedere dopo quell’episodio, ma lui ammette che si frequentavano già prima, al bar, anche nell’ufficio di Facchetti a Bergamo, dove faceva l’assicuratore. Parlavano di “impressioni verbali, sensazioni, episodi e poi l'elenco delle partite”. Con che frequenza si vedevano? Frequentemente, anche settimanalmente.
Poi la questione Fabiani, e il racconto di Nucini si trasforma in una spy-story.

IL MIO NOME E' BOND, DANILO BOND

Fu Facchetti, secondo il racconto dell’ex arbitro, ad avere l’idea. Nucini, dopo il "tragico" 5 maggio, aveva presentato al suo amico il dossier sulla Juve, a suo dire convincendolo a fatica (in effetti mai gli interisti avevano recriminato prima di allora…) del presunto marcio nel calcio (durante il controesame dei difensori Nucini ammette ripetutamente che si trattava solo di sue “sensazioni” non suffragate da prove). Facchetti gli avrebbe consigliato di diventare “amico” degli arbitri, in particolare di De Santis (dossierato Telecom). E a una cena di Natale (2002?), sempre Facchetti gli avrebbe poi detto: “Informati su chi è Fabiani” (singolare: anche lui dossierato Telecom).
Durante una cena, Nucini avrebbe così chiesto ai colleghi chi fosse Fabiani, recependo del nervosismo (?) da parte di Racalbuto. E il giorno dopo, De Santis, col pretesto di uno strappo sull'auto di Nucini al campo di allenamento di Linate, gli avrebbe chiesto perché fosse interessato al soggetto, confidandogli di conoscerlo per essergli stato collega presso un carcere minorile, prima di nuovamente rimproverarlo per il rigore dato contro la Juve ormai più di un anno prima (remember l’articolo del Corriere "Nucini il peggiore in campo"!).
In seguito, dopo un Cosenza - Triestina (di cui Fabiani era DS) arbitrata il 16 marzo 2003 da Nucini, in aeroporto sarebbe avvenuto il primo incontro, durante il quale il ds gli avrebbe dato i suoi numeri di telefono. L’avvocato di Fabiani, nel controesame, ha contestato la presenza di Fabiani quel giorno in aeroporto, producendo i documenti di viaggio predisposti dalla Triestina per quella trasferta, che non prevedevano il volo di ritorno per Fabiani. Inoltre, davanti al pm Nucini racconta di un Fabiani che promette di fargli avere un buon voto dal commissario arbitrale, ma al controesame dell’avvocato innesta la retromarcia, in realtà si sarebbe trattato solo un breve e amichevole saluto.
Dopo quell'episodio, Nucini sarebbe stato chiamato da Fabiani che lo avrebbe invitato al bar dell’hotel Cristallo a Bergamo, dove l’avrebbe rassicurato che ci avrebbe pensato lui a fargli tornare ad arbitrare la serie A. Tramite "il suo uomo". Peccato che, come già detto, nel 2002-03 Nucini la serie A l'aveva già fatta: Piacenza – Empoli del 26 ottobre 2002, Piacenza – Como del 2 marzo 2003 (quindi solo 14 giorni prima della partita di Cosenza) e Como – Perugia del 12 aprile.
L’"uomo di Fabiani", ovviamente, sarebbe Moggi, che in quell’occasione Fabiani avrebbe chiamato al cellulare, per poi passarglielo. Davanti al pm, Nucini racconta di un ambiguo invito di Moggi: “Fai quello che dice lui” (ma poi al controesame, al solito, parzialmente ritratta, parlando di uno semplice scambio di frasi di cortesia), e di uno show di Fabiani che si sarebbe vantato di poter designare gli arbitri. Così il pm gli chiede cosa accadde dopo quell’incontro, Nucini risponde che in effetti andò finalmente a fare una partita di A. Peccato che in aula citi proprio quel Piacenza – Como, una gara che si era svolta due settimane prima di Cosenza – Triestina, e cioè ben prima del primo incontro al bar. Si arriva alla stagione 2003-2004. Nucini si aspetta di partire dalla A, ma lo mandano in B per Palermo – Cagliari. La sua direzione viene contestata dall’osservatore Ingargiola, ma Fabiani, a suo dire, l’avrebbe chiamato per rassicurarlo: “Non preoccuparti, non fare casini, ci penso io”. Nucini esegue, a Coverciano non fa casini, ma viene punito comunque: quindi Fabiani è un cazzaro? E poi perché non designarlo per la A?
A quel punto, finalmente, Fabiani si sarebbe deciso a presentargli il “suo uomo”. Appuntamento a Greggio, sulla MI-TO, dove Fabiani l’avrebbe caricato in macchina e portato in un paesino per fare un bancomat e comprare una ricarica telefonica da un tabaccaio (strampalato e confuso il racconto). Poi di nuovo alle rispettive macchine: a questo punto Fabiani l’avrebbe guidato a Torino, all’hotel Concord, dove in una stanza li avrebbe raggiunti Moggi, che dopo i convenevoli avrebbe fatto un paio di chiamate dimostrative a entrambi i designatori, trattandoli male, perorando la causa di Nucini e invitandoli a valorizzarlo; inoltre, avrebbe ingiunto a Pairetto di non designare Dondarini per la Juve. E dove andò il Donda a fare danni quella domenica? Ovvio, a Udine, a punire l’Inter, la grande vittima dei soprusi moggiani.
Quando Moggi si dilegua, Fabiani avrebbe consegnato a Nucini una SIM italiana.
Dunque, non straniera? No, italiana. Bah.
Esilarante, infine, la ricostruzione delle istruzioni che gli avrebbe impartito Fabiani: "Mi spiegava che le cellule si dividono... le cellule di qui... le cellule di là...". Forse voleva dire "celle", comunque è un capolavoro di nonsense.

LA SIM MAI USATA, ANZI SI’; MAI DENUNCIATA, ANZI SI’; ANZI, NO; NON VOGLIO DIRLO

Dunque, la Sim di Fabiani. Italiana. Qua tutto si fa ancora più confuso e grottesco.
Nucini racconta di aver subito chiamato Facchetti in autostrada, di ritorno dall'incontro all'Hotel Concord, per raccontargli della Sim. Tempo dopo, a casa di Facchetti, ci sarebbe stato un colloquio più dettagliato. “Ecco, è questo il problema”, avrebbe concluso l’ex arbitro (dovremmo essere ormai verso la fine del 2003; sarebbe interessante verificare quando iniziarono le attività di Tavaroli per l'Inter).
Ma la Sim? Nucini la usò? No. Anzi, sì. Forse un paio di volte. Il teste continua a contraddirsi. D’altronde, come gli fanno poi notare gli avvocati, agli inquirenti aveva raccontato di essersi segnato il numero (comunicato solo a Facchetti) e di averla buttata subito. No, ora ricorda meglio, non subito, prima ci sarebbero state un paio di chiamate di Fabiani.
Ma Facchetti e Nucini non decisero di sporgere denuncia? A quel punto avrebbero in mano una bella bomba (la sim). Qualcuno vicino all’Inter consiglia di mandarlo dalla Boccassini, alla procura di Milano. Lui ci va, ma la sim l’aveva già buttata. Perché? Non poteva tenerla e dire alla Bocassini di intercettare quel numero? Ma allora che disse al pm milanese? Mistero. Nucini non vuole parlarne. “Parlammo di calcio”. Insomma, un "qui studio a voi stadio" con uno spruzzo di "un giorno in pretura".
E l’ufficio indagini della Figc? Era lì apposta. Macché, lui, Nucini, l'uomo senza briglie, non si fidava di nessuno.
Di nessuno. Anzi, di uno si, di Facchetti. “L'ho detto a Giacinto Facchetti, perché era l'unico l'unico, che poteva smontare tutto! Se io mi fossi rivolto all'ufficio indagini, a chiunque, nessuno mi avrebbe ascoltato, ma mi avrebbero buttato fuori!”.
Gli chiedono se è vero, come riportato da alcuni giornali, che voleva lavorare per l’Inter, magari fare l’addetto agli arbitri. Nucini prima nega decisamente qualsiasi ipotesi di tal genere, poi deve ammettere che Facchetti gli aveva offerto un posto di lavoro. Tiene a specificare che lui avrebbe rifiutato sdegnoso.
Gli avvocati lo incalzano: “Negli incontri con Moggi e Fabiani, non le è venuto in mente di portare un registratore?". Risposta. “Il registratore non è elegante. E poi non faccio l’investigatore.”
E per finire questo prolisso resoconto, una piccola chicca: infervorato, sotto i colpi del controesame dei legali che gli contestano le discrepanze tra la testimonianza resa in aula e quelle registrate nel 2006 e 2007 dagli inquirenti, Danilo Bond si lascia andare: “Sa cos'è? Per venire qua mi sono letto un file di 250 pagine che ho archiviato e allora non l'avevo fatto!”.

I legali si scatenano: “Ah sì? E dove le ha prese queste informazioni? E quando le avrebbe raccolte? Ce l'aveva anche nel 2007 dai Carabinieri, allora? Prima di venire qua in questi giorni ha parlato con qualcuno di questo processo? Si è consultato con qualcuno?".
Un avvocato fa rilevare strane uguaglianze testuali tra due sue precedenti deposizioni agli inquirenti, come se la seconda fosse frutto di copiaincolla della prima. Il giudice cerca di calmare gli animi. Danilo Bond non accetta le insinuazioni su eventuali "suggeritori" nell'ombra:

No, no, non mi son consultato con nessuno, stia tranquillo, avvocato! Non ho mai avuto nessun padrone, avvocato”.

(JU29RO.COM)

Friday, May 22, 2009

Juve, make-up in attacco

Oggi può avere Pandev

C'è l'accordo con il giocatore, bisogna solo convincere Lotito

TORINO. Depone l'attacco atomico, o comunque lo deve ristrutturare dopo appena un anno, la Juve: neppure il quartetto dei sogni, Amauri, Trezeguet, Del Piero e Iaquinta, è intoccabile, seppur per diversi motivi. Di piedi, infatti, i bianconeri ne stanno cercando anche in quello che era il settore supereroi. Il nuovo potrebbe essere Goran Pandev, 25 anni, gli ultimi cinque passati (bene) con la maglia della Lazio: è il più vicino alla Juve, che oggi ne parlerà di nuovo con il procuratore e darà una telefonata al presidente Claudio Lotito per trovare l'accordo. Sulla lista ci sarebbe anche Fabio Quagliarella, ma sulle sue tracce c'è pure l'Inter, mentre Lavezzi dovrebbe restare al Napoli, a meno di offerte folli, che non arriveranno (da Torino).

In giornata, comunque, il ds Alessio Secco può allungare le mani sul macedone della Lazio, con il quale è praticamente già annodata l'intesa: quadriennale da 2,5 milioni a stagione. Piuttosto dura rifiutarla, visto che lo stipendio attuale è sul mezzo milione di euro. Sarà complicato trattenerlo anche per Lotito, nonostante la fama di intransigente mercante: il contratto con la Lazio scade nel 2010, e senza rinnovo (che Pandev ha sempre rifiutato), il giocatore se ne andrebbe gratis il prossimo anno. Tanto vale guadagnare qualcosa ora: si tratta sulla base di otto milioni di euro più Almiron, o De Ceglie. Il terzino sinistro è finito nella trattativa, anche perché alla Juve piace Aleksandr Kolarov, pariruolo laziale. Oggi il presidente della Lazio dovrebbe fare l'ultimo tentativo per convincere Pandev a firmare il rinnovo, ma offrendogli non più di 1,5 milioni l'anno. Poco.

Sarà il via libera per la Juve, sempre che Lotito non chieda, come quota cash, oltre i 10 milioni di euro, oltre il quale i bianconeri non si spingeranno. L'acquisto, per quanto pianificato, potrà scattare solo dopo una cessione. Da settimane, in vetrina c'è David Trezeguet, per il quale il club bianconero ha ricevuto segnali dall'Olympique Marsiglia e dal Lione. L'OM, pilotato in panchina dal vecchio compagno Didier Deschamps, sembra un po' più avanti. Per lasciare David, però, la Juve chiede almeno una decina di milioni di euro, per meno non se ne parla. Richiestissimo è Vincenzo Iaquinta, in questo finale di stagione nettamente il miglior attaccante bianconero. Per questo la società se lo terrà stretto, nonostante le offerte di Tottenham e Zenit San Pietroburgo, che già gli aveva dato la caccia a gennaio: da Inghilterra e Russia sono pronti a versare sui 15 milioni di euro, ma la risposta sarà no. Per rimpiazzarlo, ne servirebbero ben di più. Dovrebbe filare tutto liscio, perché Vincenzo sta discutendo l'adeguamento contrattuale, da firmare già la prossima settimana.

Dunque, non si muoverà da Torino, garantisce Giovanni Cobolli Gigli: «Iaquinta rimarrà sicuramente alla Juve - ha detto il presidente bianconero - è uno dei nostri pezzi forti, lo ha dimostrato in questi ultimi tempi». Altri rinforzi, al di là di Pandev o Quagliarella, paiono da fantacalcio: non Lavezzi («Marino ha detto che non siamo interessati? credo di poterlo dire anch'io»), né Tevez, «un sogno di mezza estate». Più modestamente, si segue Gianmarco Cavalieri, diciottenne centrocampista del Parma. Non si tocca Amauri, ma andrà rigenerato dopo un 2009 da panico, lontano dal giocatore che aveva tenuto a galla la Juve in avvio di stagione. Poi s'è ingolfato, e azzoppato, restando fuori un mese. Il prezzo pagato un anno fa al Palermo - 22,8 milioni di euro - ne fa un giocatore invendibile, cosa che non è comunque nei piani della Juve: rimetterlo a posto, potrebbe rappresentare il miglior acquisto.
(LaStampa.it)

Thursday, May 21, 2009

Ma RCS ha paura del processo di Napoli?

Udienza fondamentale ieri al "Processo Calciopoli" (in svolgimento a Napoli), nel corso della quale due tra i più “autorevoli” testi forniti dall’accusa (Armando Carbone e, soprattutto, Romeo Paparesta) hanno reso testimonianze estremamente significative addirittura decisive per comprendere come, al pari del processo Gea, anche questo procedimento stia prendendo, come ampiamente previsto, le sembianze di una farsesca sceneggiata all’italiana.
Perché, a leggere le deposizioni dei due testimoni chiamati dall’accusa per dimostrare il teorema cupolar-moggiano, si finisce con il cadere in uno stato tra il depresso (per la constatazione di quanto i nostri destini di tifosi, ma, soprattutto, di cittadini, possano essere stravolti da un pm in cerca di notorietà) e il divertito (troppe le chiacchiere da bar e le fantasiose teorie sostenute, teorie che nemmeno un autore di fiabe per bambini potrebbe avallare).
La notizia è passata sotto silenzio sui principali network televisivi; Mediaset, Rai, la stessa Sky, che pure una scaletta da riempire per il notiziario sportivo ce l’avrebbe, hanno snobbato la vicenda.
E i giornali che ne pensano, cosa scrivono oggi? Parliamo proprio di quei quotidiani che nell’estate del 2006 ebbero un ruolo così importante nella formazione del famoso “sentimento popolare” che guidò, a furia di menzogne e verità filtrate, l’evoluzione della farsa chiamata Calciopoli. Repubblica preferisce snobbare l’udienza napoletana di ieri per dedicarsi ad un più attuale tiro al bersaglio contro Blanc e la Juventus, in relazione al contenzioso sorto con Ranieri.
Se questa scelta, da un lato, persegue l’obiettivo di tutti i media italiani in questi ultimi due giorni, ovvero la beatificazione di un tecnico non da Juve ma che a tutti i non juventini stava (ovviamente) benissimo seduto su quella panchina, in quanto garanzia di Juve dimessa, dall’altro, impressiona non poco la mossa di un giornale ritenuto così autorevole (forse, un tempo era davvero così…) di non destinare il massimo esperto in redazione sull’argomento (Mensurati, “dirottato” sul pezzo Ranieri-Juventus) al commento di una vicenda a proposito della quale lo stesso giornalista scrisse un libro, in coppia con l’ex team manager dell’Internazionale Football Club Milano. Un documento, quel libro, pieno di inesattezze e lacunoso, frettolosamente pubblicato a supporto delle inconsistenti teorie partorite nell''estate del 2006, che si stavano già sgretolando a pochi mesi dalla loro formulazione. Che Marco Mensurati si ricordi di quando subì un'autentica lezione, sull’argomento Calciopoli, in diretta tv dal nostro Dr.Zoidberg e, di conseguenza, abbia timore di rinfrescare l’argomento?
Oppure, il lavoro di certi media è concluso, e oggi se la devono sbrigare altri?
Quali altri, magari quelli del gruppo RCS?
Ad esempio, il Corriere della Sera?
Considerato un tempo il giornale di maggior prestigio tra i quotidiani italiani (anche sul Corrierone sussistono le perplessità espresse a proposito di Repubblica…), il giornale di De Bortoli focalizza la propria attenzione sulle dichiarazioni di Romeo Paparesta (padre dell'arbitro Gianluca) che ispirano alla redazione sportiva un titolo che, presentato così “Cellulari e sim agli arbitri. Moggi me ne diede quattro”, sembrerebbe inchiodare Luciano Moggi alle proprie indiscutibili responsabilità. E il sottotitolo è ancora più esplicito, per non dire subdolo, : “Paparesta racconta l'incontro con Lanese; devi passare da Luciano". Vedete, cari lettori, davanti a queste cose un tifoso-cittadino potrebbe benissimo mettersi il cuore in pace e pensare che sia il caso di guardare avanti: un bello “scurdammoce ‘o passato”, tanto per rimanere in tema di “processo napoletano”, e via verso il futuro! Il problema sta nel fatto che un titolo in buona fede, obiettivo, e soprattutto rispondente a quanto emerso dal dibattimento avrebbe dovuto recitare, in piena contrapposizione con quello effettivamente utilizzato dal Corriere, qualcosa del genere: “Cellulari e sim: Moggi temeva gli arbitri. E il potere delle milanesi”. E il sottotitolo avrebbe dovuto essere: “Paparesta: Lanese mi disse; ‘parla con Moggi, farai carriera’. Successe l’esatto contrario”. Per le motivazioni e gli approfondimenti in merito a quanto appena scritto, vi rimandiamo ancora ai link sopracitati, alle testimonianze rese da Carbone e Romeo Paparesta.
Ancora più sorprendente, nello sviluppo dell'articolo, una volgare e voluta menzogna nel punto in cui l'autore (Fulvio Bufi) scrive che, secondo quanto risulta dalle indagini, Gianluca Paparesta era stato aspramente redarguito da Moggi "per non aver favorito la Juventus nella gara in trasferta contro la Reggina". Una vergogna spudorata, roba da sospensione dall'Ordine in un Paese civile perché, come tutti sanno, l'incazzatura di Moggi era dovuta al fatto che Paparesta aveva clamorosamente danneggiato, altro che non favorito, la Juve.
La menzogna è sintomatica delle ombre che gravano su tutta la faccenda delle sim straniere: potrebbero essere servite ai collaboratori di Moggi per segnalargli errori come quelli di Paparesta, mentre il Corsera ha come bisogno di metter di mezzo il "favorire la Juve" perché, secondo il pensiero dei giornalisti del Corriere (in primis Fabio Monti, l'agiografo di Moratti), la Juve vinceva grazie ai favori occulti che le procuravano le sim segrete.
Da delirio.
Per finire, i fratellini del Corriere, anche loro colonna del gruppo RCS, i veri paladini della dottrina di Calciopoli (pardòn, per loro fu da subito “Moggiopoli”), i Palombi che sguazzano nel mare delle millanterie dalla primavera del 2006, quando scoperchiarono un pentolone puzzolente, dirigendo però la propria attenzione ben distante dalla direzione da cui proveniva il fetore più nauseabondo.
Il tutto, dettando le linee guida in fatto di tempi, procedure e sentenze.
Oggi, evidentemente accortisi della figura di fango ( e siamo generosi…) che si apprestano a fare vista la piega che stanno prendendo le cose, da Via Solferino preferiscono indirizzare la propria indignazione nei confronti del giudice Teresa Casoria, colpevole di mostrarsi “annoiata” (lei e le colleghe del collegio giudicante) e di aver definito “poco serio” il procedimento in corso a Napoli.
Nessun cenno alle deposizioni e al contenuto delle stesse
, il mirino viene puntato sulla signora Casoria.
L’atteggiamento del capo del collegio giudicante, per il quotidiano milanese dal formato ridotto, lascia “sbalorditi” i presenti e sortisce l’effetto di far diventare “neri in volto i due pm” titolari dell’inchiesta.
Questo, solo per il fatto di pretendere sintesi e serietà alle parti, limitando al massimo la concessione alle scene da avanspettacolo o da circo, una richiesta che in un Paese civile dovrebbe essere più che ovvia in un'aula di Tribunale.
Il giornale milanese omette l’affermazione della Casoria alla lettura delle prossime udienze (la prima delle quali è fissata per il 26 maggio), ovvero, per esteso: “ci sono processi più importanti da fare”, e, naturalmente, omette pure la successiva integrazione, quella che dà il senso alla frase, ossia quel “processi con detenuti” sulla cui ovvia precedenza non crediamo ci si possa trovare in disaccordo.
Ma tutto questo, evidentemente, al giornale rosa non interessa, e, continuando a non riportare i contenuti del dibattimento, da quelle pagine si domandano come può essere considerato “poco serio” un processo nel quale sono in ballo richieste di risarcimento danni per centinaia di milioni, avanzate dallo Stato, dalle parti civili (escluse “frettolosamente” secondo gli avvocati difensori, sottolinea sempre il quotidiano color confetto), fallimenti di società e scudetti revocati (strano che venga menzionato questo particolare: che vogliano ridiscutere e assegnare a chi sospettiamo anche quello del 2004/05?).
In questo panorama tutt’altro che roseo, in controtendenza con il colore e lo slogan del quotidiano, ecco il colpo da maestro, suggerito tra le righe, e ancora una volta da quelle pagine.
Leggete, a proposito delle richieste di risarcimento respinte, la strada tracciata da chi, 3 anni fa, dettò le sentenze ancor prima dei processi sportivi: “in caso di riammissione delle parti in causa, al momento in attesa di giudizio della Cassazione, si potrebbe anche ipotizzare una ricusazione del collegio a tute­la di un equo processo che, per la fretta, rischia di penalizzare tutti”.
Capito?
Il processo, da quello che si intuisce, rischia di non seguire il corso previsto dagli artefici della farsa.
E la domanda, alla "casetta rosa", dev’essere stata: e quindi cosa facciamo?
Risposta pronta: suggeriamo di cambiare il giudice, che è l’arbitro di questa “partita” in Tribunale.
Cioè, se le cose non vanno come voglio, è colpa dell’arbitro.
Sembra di sentir parlare un interista.
E il bello è che sicuramente è così.

(JU29RO.COM)